Il tarlo della morte

Premessa

Legge a protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio (Legge 22 aprile 1941, n. 633) (Gazzetta Ufficiale del 16 luglio 1941, n. 166) Vietato ai minori di quattordici anni. Linguaggio esplicito. Il libro scritto non si avvale di fatti realmente accaduti, tutto deriva dall’immaginazione dell’autore, fatti, nomi, luoghi sono puramente casuali e immaginari. Nessuna persona citata dall’autore esiste realmente. Dedico questo scritto a chi ha sempre creduto in me, facendomi vedere nel buio la luce e la strada per una vita migliore.

 

Mio marito era un uomo molto ricco, affermato nella società. Lo sposai solo perché mi poteva dare tutto ciò che desideravo.

La vita ha distrutto i miei sogni e progetti, portandomi via tutto in pochi secondi, con me non si era risparmiata nulla, quel giorno tutto cadde a pezzi come un vetro spaccato.

TRE ANNI PRIMA

“Amore esco… vado da un antiquario qui vicino a prendere un orologio a pendolo con base in oro massiccio, mi sono innamorato della sua bellezza, sai… ti assomiglia… bello, splendente come te!”

Non davo molto peso alle parole di mio marito, forse non lo avevo mai considerato, quello che volevo erano solo i suoi soldi.

“Amore… potresti almeno rispondere?”

“Si caro, vai pure, grazie mille, anzi… io esco vado dal parrucchiere, non mi aspettare!”

“Allora in questa circostanza ci vediamo direttamente stasera, va bene amore?”

“Certo!”

Non avrei mai potuto immaginare che quella sarebbe stata la mia ultima camminata con delle scarpe rosse tacco 12 di ben 800 euro.

Avvolte dovremmo apprezzare tutti ogni istante della vita.

Il denaro non poteva ridarmi quello che avrei perso di li a poco.

La porta di casa si chiuse, due mandate, la serratura era rigida, la chiave girava con fatica, bisognava farla vedere, pensai.

Presi la mia auto di lusso da 80mila euro e via verso una meta ignota, non dovevo andare da nessun parrucchiere.

Presi la strada che portava su per il belvedere di un paesino su una montagna, mi accesi una sigaretta, finestrini aperti, 90 km orari era poco, volevo più potere nelle curve.

“Salve… sono il signore che ha prenotato il pendolo in oro massiccio, mia moglie sarà estasiata nel vederlo stasera!”

“Ci credo signore! Con quello che ci sta spendendo… 6mila euro… se non gli piace… non sa apprezzare le fortune!”

“Mia moglie ha buon gusto!”

“Direi di si, signore… devo avvisarla di una cosa alquanto strana, riguarda il pendolo, tutti sostengono che al suo interno ci sia un tarlo della morte, allo scoccare della mezza notte lui comincia a mangiare il legno. Io non trovo ne buchi ne difetti, anzi un falegname lo ha visionato con cura, questa lettera dice che il tarlo non esiste. Dicono anche che chi lo sente viene condannato al suo eterno rumore. Lo vuole ancora prendere?”

“Lei mi sta dicendo che e’ maledetto?”

“Non so!”

“Io lo prendo lo stesso… non credo a queste leggende. Ecco i suoi soldi, a presto!”

“Si ricordi, non accetto restituzioni!”

“Tranquillo non lo vedrà mai più il pendolo!”

Mio marito lo mise in macchina estasiato.

La mia macchina sfrecciava come un fulmine, i miei capelli sempre più spettinati, le curve sempre più veloci, sentivo il brecciolino sotto le ruote e i sassolini cadere giù dal precipizio, stupendo, ancora un altra curva, adesso sempre più veloce, un altra, avevo sete di adrenalina, sigarette, sesso, libertà, soldi.

La mia mente ricorda solo un volo, davanti a me potevo vedere le nuvole.

Sembrava che toccavano il mare, per un istante l’orizzonte si era arrestato dinnanzi ai mie occhi, poi il vuoto, il tonfo, un taglio netto, rumore di lamiera, sangue in ogni angolo, il mio corpo da una parte e le mie amate scarpe ancora messe ai piedi,  vedevo le mie gambe, una su un cespuglio, l’altra su una roccia. Poi urla di persone e nulla più.

ORA

Stavo seduta su quella maledetta sedia, guardavo quel maledetto dondolo a pendolo.

Tick, tack, tick, tack.

“Maledetto rumore, Robert… Robert… dove sei?”

“Eccomi amore mio… dimmi?”

Lo guardavo piena di odio, come poteva ancora amarmi, in quei tre anni non mi aveva mai tradito, anzi ogni sera a mezza notte precisa quel maledetto orologio a pendolo suonava e dondolava, quel rumore di rosicchiare continuo nel legno mi faceva impazzire, lui invece lo amava, sembrava posseduto da quel dannato tarlo.

“Ti rendi conto che oggi sono tre anni… mi vedi… sono un dannato mostro… le mie gambe… le mie gambe.”

“Amore tu possiedi le gambe più belle del mondo!”

“Davvero?”

“Si amore… le tue protesi di oro massiccio sono invidiate da tutto il mondo! Sei  un opera di arte unica, come tutta la casa!”

“Maledetto, che tu sia dannato per tutto il resto della tua vita, non posso più muovermi, ogni giorno gente che non conosco mi viene a vedere da questa maledetta finestra, che tu hai fatto mettere appositamente per farmi ammirare, come un manichino, con queste scarpe rosse, mi distruggono il cuore, ogni giorno mi ricordano il volo e la visione delle nuvole.”

“Amore devi capire che adesso tu sei unica… vali un capitale! Sei unica come il pendolo e il tarlo, uniti dal legno e oro.”

“Tu sei pazzo!”

“Non direi proprio!”

“Da quando hai sentito quel dannato tarlo… tu mi hai fatto diventare un mostro, come tutta la casa, sembra un circo!”

“Adesso basta! Vali solo per le tue gambe, il primo essere al mondo con protesi d’oro!”

“Tu sei pazzo!”

Il dondolo cominciava a suonare, poi il tarlo, era la mezza notte.

Lui prese una sedia e si mise accanto a me, fissava quella merda maledetta.

“Ascolta amore, lui ci chiama, mio amato tarlo, cosa vuoi?”

Adesso sapevo che quel pendolo era maledetto, come lui.

Venivo esposta con la sedia di velluto, ogni giorno davanti la finestra, con vestiti da sera elegantissimi, mostravano quelle maledette gambe colore oro.

La gente si fermava, rideva, parlava, io piangevo, volevo morire.

Perché la morte quella dannata mattinata non vi aveva presa, forse era la mia punizione.

“Signora andiamo, per oggi ha finito. La porto davanti al pendolo, come vuole il signore.”

La serva mi aveva messo davanti a quel maledetto pendolo, la mia immagine rifletteva sullo specchio, mi facevo schifo.

“Bene, buona serata signora.”

Un lieve tonfo vicino alla mia sedia, mi calai quel poco che potevo, un coltello da carne con lama sottile. Lo presi. Stava ben nascosto sotto il mio vestito.

“Amore pronta per lui, il nostro bambino, il tarlo!”

“Certo amore… il tarlo sentirà una nuova canzone!”

“Che tipo di canzone amore?”

“Vieni vicino a me amore, siedi sulle mie amate gambe, solo adesso capisco il bene che tu fai per me, te ne sono grata, scusami per la mia ingratitudine, solo ora comprendo tutto.”

Il tarlo aveva iniziato la sua canzone, io la mia.

Presi il coltello lentamente e con un gesto veloce mentre baciavo mio marito, gli trafissi il cuore, la lama si spacco sotto le mie mani, il corpo di lui si accoscio su di me, guardandomi con stupore, non emetteva neanche un respiro, il sangue scendeva, denso, veloce.

Lo gettai per terra.

Il pendolo smise di suonare, la protezione in vetro si apri di scatto, il pendolo cadde giù con un tonfo, un orrendo verme nero in putrefazione scendeva lentamente, emettendo dei piccoli gemiti, non credevo a ciò che stavo vedendo, un mostro.

Lentamente, strusciando, si avvicinava verso di me, la sua bava putrida rimaneva sulle mie gambe di oro, era in piedi, pesante davanti a me, con forza la sua testa forzava la mia bocca per entrare, un rumore sordo, la mascella spaccata, un osso era uscito dalla mia guancia, stava entrando.

Sentivo le sue zampe taglienti trafiggere tutto il mio interno, era dentro, un esplosione di sangue sporco’ tutto il pendolo, era il mio sangue con pezzi di carne, l’ultima cosa che vidi fu una enorme farfalla volare, abbracciare il pendolo, la sua testa si giro per guardarmi e poi un bellissimo teschio disegnato sul ventre, la morte.

“Signore se non sbaglio questo pendolo appartiene al vostro negozio, cosi’ dice questa carta, sono uno dei camerieri della casa dove sono morti brutalmente i Rhobinson.”

“Grazie caro, sapevo che sarebbe ritornato a casa, lui ritorna sempre a casa, figlio mio.”

“Chi ritorna signore?”

“Il tarlo della morte, caro ragazzo, adesso vai via, il pendolo deve riposare per altri tre anni.”

“Voi siete pazzo!”

“Oggi mio piccolo amico abbiamo trovato la prossima vittima… il pazzo che ti ha riportato da me!”

Il pendolo al suo interno aveva un incisione che nessuno aveva mai notato, diceva una semplice frase:

Il tarlo della morte.

FINE

 

 

 

 

 

 

 

 

La finestra

Premessa

Legge a protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio (Legge 22 aprile 1941, n. 633) (Gazzetta Ufficiale del 16 luglio 1941, n. 166) Vietato ai minori di quattordici anni. Linguaggio esplicito. Il libro scritto non si avvale di fatti realmente accaduti, tutto deriva dall’immaginazione dell’autore, fatti, nomi, luoghi sono puramente casuali e immaginari. Nessuna persona citata dall’autore esiste realmente. Dedico questo scritto a chi ha sempre creduto in me, facendomi vedere nel buio la luce e la strada per una vita migliore.

ORA

Aprii gli occhi lentamente, il mio corpo era nudo sotto le coperte di seta che avvolgevano il mio culo.

I miei capelli castani, erano tutti in disordine sul cuscino e sulla mia faccia.

Non mi sentivo più il le gambe, tutto il mio corpo era pieno di dolori, il mio braccio e quel buco, quel livido.

Un raggio di sole che entrava da quella immensa finestra mi stava accecando.

Mi girai lentamente per vedere di chi era quel respiro profondo che udivo da dietro la mia schiena.

Un uomo, poteva avere verso i 40anni, pelle scura, mento possente, orologio al polso, un  Rolex.

Non poteva essere, mi ero scopata un estraneo, non sapevo chi era e da dove provenisse. Mi girai di scatto per prendere i miei indumenti e li posto sul pavimento c’era un assegno che stava a significare la prestazione e il non ti voglio più vedere. Una cifra media 300 euro.

Ma cosa avevo fatto? Cosa mi era venuto in mente?

Mi ero anche drogata in modo pensante. Dovevo sapere. Avevo due opzioni aspettare che lui si svegliasse e mi raccontasse tutto, oppure cercare nella mia mente che poco ricordava.

Dovevo decidere e anche alla svelta!

Avrei aspettato lui e la sua storia.

Giocavo e rigiocavo con la punta del lenzuolo, il mio cellulare non suonava, nessuno mi cercava, solo le app dei social suonavano di continuo, plin… plin… plin…

Non sopportavo più quel maledetto suono e quel dannato respiro di lui,  quando cazzo si svegliava questa merda di porco, volevo vedere la sua faccia nel vedermi ancora li seduta con quel mini vestito da zoccola.

Presi il telefono, digitai un numero, squilla, nessuna risposta, la segreteria, bene, dovevo lasciare un altro messaggio.

Passavo la mia vita a lasciare messaggi a casa, nessuno si prendeva mai l’ onore di richiamarmi o vedere dove cazzo finivo. Che schifo, da quando mamma si era lasciata con mio padre non ci stava più con la testa, eppure papa’ i soldi per me e lei li dava, io non vedevo un centesimo, sapevo solo che lei doveva riprendersi tutto quello che aveva perso.

Mi chiedevo sempre che cazzo aveva perso, per essere diventata pazza!

“Ragazzina che ci fai ancora qui? Vuoi più soldi piccola troia?”

“No! Voglio sapere che mi avete fatto, ho un buco sul braccio cazzo!”

“Quel buco te lo sei fatta con una tua amica dietro a un vicolo, io ti ho visto e mi sono avvicinato per chiedere se volevi altri soldi per quella merda, mi hai risposto di si, ed ecco fatto! Tutti contenti!”

“Io no! Cazzo ma mi vedi in faccia? Secondo il tuo parere sono contenta? Cazzo sono nella merda… voglio sapere il seguito… grazie!”

“Che cazzo di seguito vuoi che ci sia stato cretina? Ti sei fatta scopare in mille modi per 300 merdosi euro, adesso togliti dalle palle e anche alla svelta!”

“Sai che sono minorenne?”

“Mi stai minacciando? Forse non sai che le persone spariscono? Non vedi i notiziari?”

“Mi stai minacciando?”

“Si… allora smammi?”

“No! Pensi che mi importa di vivere, non so neanche che posto ho nella società! Sono sola, mia madre sta fuori di testa, io vivo sui social, cazzo adesso ricordo… tu mi hai contattato tramite social per vederci… ti piacevano le mie foto… dicevi che era per lavoro… che mi sarei divertita… poi mi hai messo in contatto con quella Natalina, lei mi diceva che avremmo fatto foto per servizi di modella, poi mi avete detto di cambiarmi in quel locale, di mettere questa merda, mi avete fatto bere, drogato, scopata… oddio voi avete i filmati… io dicevo sempre: va bene.”

“Vedo che la memoria ritorna… senti troietta vedrai che quel filmato lo vedranno solo i porci sui siti di porno, tranquilla, adesso smamma, altrimenti fai una brutta fine!”

“Tranquillo… io vado subito via..”

Il telefono squilla, vedo il numero, mia madre, non ci credevo, mi stava chiamando per la prima volta dopo un anno dal divorzio di papa’.

“Pronto mamma?”

“Senti io ho deciso di partire per un viaggio… ti ho lasciato soldi e spesa, se ti cacci nei guai chiama tuo padre o questo numero che ti lascio. Ti voglio bene.”

“Mamma… aspetta!”

“Maledetta, bastarda!”

Solo a lei pensava, il mio odio per lei aumentava ogni giorno, sempre di più.

Presi il numero dal messaggio e lo chiamai subito, intanto lui si stava vestendo, era ovvio che la stanza non era pagata per tutto il giorno, dovevamo lasciarla e ognuno doveva uscire solo.

Sento squillare un telefono in contemporanea alla mia chiamata, non poteva essere.

Faccio subito il numero di papa’.

“Papa’ meno male che hai risposto!”

“Amore sto lavorando, per piacere chiama il numero che ti ha dato mamma, quella troia, per piacere! Sono incazzato dei guai che mi procura, a dopo!”

“Papa’ ti prego, ho bisogno di te!” …ha attaccato…

Rifaccio quel dannato numero, si risente squillare nella stanza un telefono cellulare di ultima generazione, poso il mio sul comodino, mi metto a cercare, trovo il telefono, stava nelle mani di lui.

“Pronto… come posso aiutarti?”

Mio Dio era lui il mio aiuto? Il mondo mi stava cadendo addosso pezzo per pezzo, avevo il respiro affannato, mio padre faceva il puttaniere e mia madre la troia, io ero stata raggirata da uno dei suoi collaboratori, mio padre avrebbe di sicuro visto il video.

La finestra.

Guardavo la finestra, intanto mentre la mia testa girava e il mio vomito era sulle mie scarpe sentivo e continuavo a udire la voce di lui, con quel cazzo di : “Pronto… ma chi cazzo sei… guarda che ti ammazzo… brutta merda… io odio gli scherzi telefonici!”

Apro la finestra, sembrava che stavo aprendo il mio cuore per gettarlo in pasto al mondo, l’aria era gelida, l’ inverno si stava avvicinando, il cielo cupo, il sole mi aveva abbandonato, i miei capelli continuavano a volare, liberi, davanti il mio viso, un altro getto di vomito, stavolta era su tutto il vestito. Un grosso respiro pervase tutta la mia cassa toracica, adesso vola piccolo corvo nero, vola.

“Vola! Vola! Vola!”

Il mio urlo veniva portato via dal vento, nessuno poteva sentirlo, guardai giù, potevamo essere al decimo piano, che figo, il mio corpo si sarebbe ridotto in poltiglia.

Mi tenevo sul filo del balcone con quelle cazzo di scarpe alte.

“Che cazzo fai pazza… vieni giù… per Dio, vieni giù ti ho detto!”

Mi girai a guardare il suo volto pallido.

“Dimmi come ti chiami almeno!”

“Roman!”

“Vola!”

Senti il suo braccio che scivolava dal mio, non mi aveva fermato in tempo, mentre volavo, vedevo il suo viso diventare sempre più piccolo, i miei capelli che sfidavano la forza di gravita’ e poi un dolore fortissimo, un tonfo alla colonna vertebrale, lo stomaco che risaliva dalla bocca, il sangue fluire da tutte le parti.

“Oddio correte una si e’ buttata, correte”

Mentre vedevo tutti intorno a me una sola parola tutti ricordano e quello che oggi si trova sulla mia tomba : “Vola!”

FINE

 

 

 

 

 

 

 

 

Devilman

Premessa

Legge a protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio (Legge 22 aprile 1941, n. 633) (Gazzetta Ufficiale del 16 luglio 1941, n. 166) Vietato ai minori di quattordici anni. Linguaggio esplicito. Il libro scritto non si avvale di fatti realmente accaduti, tutto deriva dall’immaginazione dell’autore, fatti, nomi, luoghi sono puramente casuali e immaginari. Nessuna persona citata dall’autore esiste realmente. Dedico questo scritto a chi ha sempre creduto in me, facendomi vedere nel buio la luce e la strada per una vita migliore.

Era una sera estiva, la brezza marina accarezzava la mia pelle.

La respiravo profondamente,  volevo assaporare ogni istante di quel momento. Aspettavo Lui. Guardavo il mare. Osservavo la luna. L’ultima cosa che ricorda la mia mente e un grosso e sordo urlo che esce dalla mia bocca in preda alla paura. Il vuoto, il nero degli abissi, il mare profondo e io che scendevo sempre più giù.

Scendevo sempre più giù.

Sapevo che quella era la mia fine.

I capelli lunghi è rossi si muovevano lenti come onde davanti ai mie occhi. I polmoni si riempivano di acqua, li sentivo scoppiare nel torace, il cuore si rompeva, si stava spezzando. Io stavo affogando nel mare, morendo e non avrei mai più potuto rivederlo, dirgli TI AMO.

TRE ORE PRIMA

“Ciao piccola Lady come va?”

“Bene… bene te dove stai andando?  Lo sai che sono preoccupata… so che non dovrei temere per la tua vita… tu sei il figlio del male, della notte… io ho paura… il nostro amore potrebbe portarci alla rovina. Lo sai che quelle piccole creature ci maledicono ogni giorno per la nostra unione. Diavolo e umana… che pazzia!”

“Devi stare tranquilla, oggi vado a parlare con il pezzo grosso della congrega, vediamo se lui può aiutarci.”

“Fai attenzione ti aspetto al mare!”

Lui con delicatezza la strinse al suo corpo forte e possente. Lei era fragile ed esile. I capelli  di lei si avvolsero alle sue braccia forti e muscolose di colore rosso. Sembrava che all’improvviso dovessero prendere fuoco.  I loro occhi si unirono in un unico sguardo che dava la sensazione di non rompersi mai. Protetti dal loro amore eterno.

Lui era lì davanti al Re oscuro. Sapeva che era una trappola,  non immaginava che quel suo gesto avrebbe comportato la morte di Lei.

Un fortissimo dolore gli colpì il petto, il respiro gli mancava, un dolore alla mano sinistra, avvertiva dall’interno del suo corpo il cuore di Lei fermarsi lentamente.  Sentiva che l’acqua stava inondando tutti i suoi organi. Stava morendo.

“Cosa avete fatto?  Maledetto! ”

“Il necessario… tu appartieni al male sei un Devilman al servizio del Diavolo. Dovevi sapere… una vita per ogni capriccio!”

“Non la sua!”

“Perché?  Te la scopi e la ami… a me poco importa… porti il marchio… vanne fiero. ”

La creatura sparì dinnanzi a lui.

“Maledizione! Maledizione! Lady…  lady… no… che cosa ho fatto! Maledetto me!”

Devilman si teletrasportò sul posto in cui si dovevano vedere.  Lei non c’era.  Si tuffò come un razzo nelle viscere del mare e lì vide il suo corpo che toccava i fondali.

Era gonfio. I capelli piatti, la testa enorme e deformata. Il ventre gonfio e i pesci che uscivano dalla sua bocca stavano già banchettando con i suoi organi. Creature degli abissi nuotavano silenziosi vicino al corpo, come se volessero dare inizio a una specie di rito funebre.

Lui la prese delicatamente. Con un balzo erano fuori dall’acqua.  Ripose il corpo putrido sulla sabbia. Le creature della morte ridevano. Sghignazzavano intorno a loro.

“Bene Devilman cosa vuoi fare? ”

“La voglio riportare dal mondo dei morti…”

“Così la condanni a questo scempio… ti rendi conto in che situazione è conciata… un mostro… questa è la verità! ”

“No… no Lei deve vivere di nuovo! ”

“Bene… eccola!”

Si ritrovarono nella casa di lui, nella torre più alta. Una bara era posta davanti a una finestra che si affacciava su un precipizio, circa 60 metri sopra il mare. Sotto gli scogli appuntiti facevano accapponare la pelle a chiunque osservava.

Dietro di lui uno sciame di enormi scarafaggi comincio’ ad urlare, si univano tra loro formando un orrendo corpo dalle sembianze di Lei.

Nella stanza si udi una voce: “Ti piace? Puoi avere questo… attento si rompe… oltretutto lo puoi tenere finché non vedrai e sentirai il suo dolore.”

“Va bene!”

“Sei un folle!”

UN ANNO DOPO

L’orrendo corpo aveva riempito il suo dolore. Ogni volta che lo abbracciava o provava ad avere una relazione sessuale con esso si spaccava un pezzo.  Una volta una gamba,  il giorno dopo il braccio e così via.  Le creature al suo interno si divertivano e ridevano. Godevano come matte a vedere un figlio del male ridotto in quello stato, ad andare a chiedere l’elemosina di quell’amore maledetto a degli esseri inutili, considerati dall’inferno creature deboli e insignificanti.

Una notte il corpo ripugnante e senza occhi per la prima volta gli parlò.

“Avete finito padrone… passato un anno vogliamo il corpo… vogliamo LEI nella bara.”

Lui fissava il corpo, con occhi grondanti sangue.

Si avvicinò alla bara e per la prima volta vide con i suoi occhi la realtà.  Lei era un mostro in putrefazione.  Orribile,  puzzava e i vermi avevano preso il possesso di tutto il suo corpo.

“Oddio non può essere LEI!”

“Si padrone è LEI! Adesso devi liberare la sua anima!”

Con una presa sicura lui prese la bara lanciandola giù dalla finestra.  Per la prima volta stava ascoltando sua vera anima, quella di LEI.

Il suo corpo fece un volo epico.

Rotolava nel vuoto per poi finire trafitto dalla punta più alta della scogliera.

Le creature corsero lungo tutta la torre per poi lanciarsi sul corpo deforme di Lei.

Divorandola in pochi istanti.

L’aveva liberata.

Lui osservava tutta la scena dalla finestra, spaccata dal lancio della bara. Il mare stava già portando via i pezzi della bara in chissà quali fondali.

Lui continuava a guardare le creature che lo osservavano fiere della tanto attesa scelta.

Il sangue di LUI correva lungo il vetro della finestra rotta. Il vetro conficcato all’interno della sua mano sinistra era niente in confronto al dolore che aveva causato alla sua anima e corpo.

“Satana sono pronto… dammi un nome e LUI o LEI sarà tuo!”

“Vieni figlio mio…ti stavo aspettando!”

FINE

Il Macellaio

Premessa

Legge a protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio (Legge 22 aprile 1941, n. 633) (Gazzetta Ufficiale del 16 luglio 1941, n. 166) Vietato ai minori di quattordici anni. Linguaggio esplicito. Il libro scritto non si avvale di fatti realmente accaduti, tutto deriva dall’immaginazione dell’autore, fatti, nomi, luoghi sono puramente casuali e immaginari. Nessuna persona citata dall’autore esiste realmente. Dedico questo scritto a chi ha sempre creduto in me, facendomi vedere nel buio la luce e la strada per una vita migliore.

Anno 1977

Quell’anno non avevo mai sofferto il caldo così tanto, i giornali scrivevano che era l’anno più caldo in assoluto, parlando di surriscaldamento del globo e dei ghiacciai.

Personalmente non me ne fregava niente, io stendevo i panni nel mio balcone, con il mio bel vestito e ogni tanto mi asciugavo la fronte con un fazzoletto e tiravo su con un codino i miei lunghi capelli neri.

“Movite ho fame!”.

Mio marito non era un uomo di classe, anzi il contrario, il classico operaio edile, zoticone, mi ero innamorata di lui quando avevo 15anni, che imbecille, non riusciva neanche a mettermi incinta, ormai avevo 30anni e la gente del paese parlava, parlava ogni volta che passavo per le vie del paese.

Mi chiamavano MALEDETTA, pensavano che ero una strega, una figlia di Satana.

Mia madre era una donna che ha sempre creduto nel potere della natura, nell’ancestrale e scopava durante i falò di luna piena con vari uomini per avere più semi dentro di lei, tenendo in mano teste di lepre, bevendo il loro sangue, si cospargeva il corpo di quella merda.

Il Macellaio lo sapeva e se la scopava felice.

Io ancora non ero nata, ma gli occhi di un bambino di 3anni vedevano le scene di sesso e orge ogni volta, nascosto in un angolo di un albero vicino a quel maledetto falò.

Dopo nove mesi nacqui io e mia madre morì dopo 3 anni di epatite e anche il padre del bambino.

Che vite di merda. La macelleria rimase in mano al bambino che dovette imparare presto il dolore e il sacrificio del lavoro, uccideva bestie in tutto il paese e poi le portava in spalla fino alla bottega.

Il suo corpo divenne possente da perdere la testa, forte, robusto, alto, gli occhi celesti, i capelli biondi e sempre sudato e sporco.

Quel suo sporco mi eccitava, l’odore acre del sudore, della fatica, il puzzo del paese e delle fogne, la pioggia non si faceva vedere da mesi e la merda umana e animale era dappertutto.

Il mio appartamento al terzo piano si affacciava davanti alla sua bottega.

“Buongiorno Signora, le metto da parte qualcosa oggi?”

Ogni giorno appena mi vedeva mi faceva sempre la stessa domanda.

“Si caro tre fette belle di carne, la migliore che hai!”.

“Come sempre bella Signora mia!”

Lui mi fissava, sicuramente da sotto il balcone vedeva le mie mutandine sotto il vestito, rimaneva sempre troppo a fissare quando usciva per fumare e a me non dispiaceva, mi piaceva quell’uomo.

“Moglie…moglie…dove cazzo sei?”

Quel pomeriggio mio marito era rientrato prima dal lavoro super ubriaco, sapevo che sarebbero state mazzate o una lurida scopata a pecora sul tavolo da pranzo, dalla durata di tre minuti, ma non volevo stavolta era davvero stanca.

“Dove cazzo sei!”

Senza farmi vedere ero riuscita a scendere le scale più veloce che potevo, ero davanti la macelleria ancora aperta, nel paesino si chiudeva presto se non si vendeva.

“MACELLAIO… ci siete?”

Oddio quanto avrei voluto che non era uscito ad uccidere una bestia lasciando la bottega aperta, non aveva nulla nel banco.

Avevo paura mio marito ci avrebbe messo poco a trovarmi lì e a darmele di santa ragione, il bere lo rendeva ancora peggio di quello che era.

“Signora mi dica!”

Era tutto pieno di sangue, sporco, si asciugava le mani con un panno lurido, il grembiule di plastica grondava ancora sangue fresco, gli schizzi sul volto e sui capelli mettevano ancora più in risalto i suoi occhi vitrei.

“Vi prego aiutatemi… mio marito ha bevuto… mi amazza stasera.. vi prego.. nascondetemi..”

“Viè … la cella frigorifera è vuota vai lì, ti ho visto nasce da tu’ madre…. quando avevo 4anni… non ti voglio vedè morì oggi!”

“Grazie… grazie..”

“Vai, vai che sta a venì!”

Corsi nella cella senza chiuderla, era puzzolente, piena di grasso, non mi ero mai accorta di quanto quell’uomo avesse le spalle larghe e possenti, tutto era pieno di coltelli da far rizzare le carni, anche un toro in quell’ambiente sarebbe diventato una pecora. Lui era il lupo.

“Do sta mi moglie la strega de Satana… stasera lo pregherà quella dannata!”

Il macellaio prese una mannaia e la puliva lentamente come se godesse.

“Non lo so oggi non è passata da me, non vedi, non ho merce da vendere, oggi niente carne, nel paese le bestie scarseggiano, ma i mostri no!”

“Che voi dì… figlio dei morti?… Zozzo sempre de’ merda e sangue.. sei un figlio della morte… come quella puttana.. ma se la becco.. l’ammazzo stasera!”

“Vattene a dormì, esci dalla mia bottega ubriacone!”

L’uomo lasciò la bottega blaterando con il fiasco di vino in mano.

“Bella esci, quello è pazzo lo devi lascià, un giorno ti ammazza veramente come una bestia, conosco quello sguardo…sta impazzendo!”

Io lo guardavo con le lacrime agli occhi, non c’era più amara verità.

Mi prese per il braccio chiuse la cella frigorifera, mi alzò la gonna, strappandomi le mutande è mi penetrò con forza brutale, nello sporco e nel sangue, il mio vestito bianco stava assorbendo tutto il sangue che lui aveva addosso. Godemmo come bestie.

Tre mesi dopo.

“Macellaio…vieni a portarmi la carne su a casa terzo piano!”

“Bella carne non c’è, con sto caldo le bestie so’ magre!”

“Ma che dici…una c’è!”

Dopo un’ora il campanello suonò, quando ho aperto la porta lo vidi, era stupendo sembrava un vichingo forgiato dal sangue di mille battaglie, le sue mani erano piene di morte.

“Eccola la carne!”

I suoi occhi si spalancarono, le sue labbra risero.

Un corpo giaceva per terra, il sangue usciva dalla testa, si stava gonfiando, le mosche cominciavano a banchettare con il suo sangue putrido.

“Che hai fatto…. figlia della strega!”

“Nulla credimi… sono tornata a casa era super ubriaco, voleva violentarmi, io sono scappata dietro il tavolo e lui è cascato, si e fracassato il cranio al marmo del camino.”

“Che voi da me?”

“Tu non stai lavorando, hai bisogno di carne? Eccola!”

“Aiutami dobbiamo portarlo dentro la macelleria con un sacco, poi lo lavoro lì.”

“Grazie…  come posso ricambiare? Mi eviti la pena di morte!”

“Sei incinta di mio figlio.. poi tu sei la mia sorellastra, tua madre si scopava mio padre!”

Quelle parole mi avevano ucciso, in quel momento volevo essere morta io e non mio marito, mio ero fatta scopare da mio fratello e adesso portavo in grembo la creatura di Satana. Adesso il cerchio di mia madre era completo.

Dopo sette mesi diedi alla luce il più del bambino del villaggio, lui mi pagava tutto, mio marito era stato mangiato da tutto il villaggio, dicevano che era la carne più buona che il MACELLAIO gli avesse mai venduto.

Molte altre persone sparirono in quei lunghi sette mesi, persone che nessuno cerca, come mio marito, era normale che scappassero con puttane o meglio abbandonavano la famiglia, per il paese l’abbandono di mio marito lo videro come una liberazione per lui, in realtà io e mio fratello ci eravamo creati un nuovo business, quello della carne umana.

Grazie mamma.

FINE

Lucifero chiama tre volte

Premessa

Legge a protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio (Legge 22 aprile 1941, n. 633) (Gazzetta Ufficiale del 16 luglio 1941, n. 166) Vietato ai minori di quattordici anni. Linguaggio esplicito. Il libro scritto non si avvale di fatti realmente accaduti, tutto deriva dall’immaginazione dell’autore, fatti, nomi, luoghi sono puramente casuali e immaginari. Nessuna persona citata dall’autore esiste realmente. Dedico questo scritto a chi ha sempre creduto in me, facendomi vedere nel buio la luce e la strada per una vita migliore.

PRIMO CANTO

Il vento sollevava la polvere, ogni nostro passo era pesante, le catene ai polsi e alle gambe erano pesanti come piombo, il sangue gocciava sui nostri piedi, il sole bruciava la pelle.

Sollevai lo sguardo per vedere un’ultima volta il sole, i miei occhi vennero completamente accecati, questo non mi dispiaceva, il patibolo era sempre più vicino si potevano udire le urla delle persone che gridavano in modo incessante come un orologio a pendolo che non smette mai di dondolare aspettando la morte.

In quel momento pensavo al dondolo come a un’ascia che faceva vacillare la mia testa in volo e poi per terra, il sangue che schizzava a fiumi, e la mia urina che impregnava i vestiti. Quello mi aspettava tra poche ore con altre sette persone che frignavano come bestie.

Io aspettavo il suo CANTO, la sua promessa.

1922 Germania. Tre anni prima.

Lavoravo presso una delle case più prestigiose della Germania, loro erano gli eredi di Hitler, la razza pura, tutti con quei capelli biondi e occhi azzurri e vitrei.

Io ero la loro domestica, pulivo, stiravo, preparavo da mangiare, preparavo il bagno alla Signora per poi aiutarla a vestirsi per uscire di casa piena di gioielli e pellicce.

Una volta il marito mi disse: “Ragazza è ora che tu ti trovi un’altra casa modesta…. adesso che hai sviluppato e hai il primo ciclo non possiamo più tenerti.. non posso rischiare che uno dei miei prediletti maschi si sporchi con il tuo corpo, la vostra bellezza è un affronto alle nostre leggi. Troverai un compenso sul tavolo, avrai due ore per uscire da questa casa, la pena sarà la morte”.

Signore ma come vivrò sono orfana…”

Da oggi non siete più un nostro problema, abbiamo già trovato una vostra ottima sostituta di 6 anni, adesso andate via!”

Come volete Signore”.

Quella sera le mie lacrime inondarono i miei occhi nel vicolo più squallido della Germania, le prostitute mi tiravano i lunghi capelli neri, mi dicevano che gli rubavo gli sguardi dei clienti e quindi dovevo sparire o lavorare e dare loro una parte del ricavo per un pezzo di marciapiede.

La valigia pesava anche se era quasi vuota, al suo interno c’era un libro donatomi da mia nonna e due vestiti e quei maledetti soldi che mi bastavano per una settimana. Poi il mangiare sarebbe stato un problema.

Mentre camminavo la valigia si ruppe è tutto cadde in una pozzanghera piena di catrame e piscio umano.

Le prostitute ridevano.

Vieni a battere, vali di più adesso, i signori ti porteranno in bei posti per quel culetto…”

Mi faceva più paura lo schifo che loro sapevano, cos’era l’uomo e come ragionava da bestia.

Presi il libro, sapevo leggere, la Signora ci teneva che io sapessi leggere gli ingredienti delle ricette che dovevo preparare per Lei e i suoi invitati tedeschi.

Mentre leggevo le prime pagine accovacciata sul marciapiede, una striscia di sangue era rimasta sul foglio, mi ero tagliata con la carta spessa e ruvida, lessi per ore, le prostitute si stavano dileguando come fantasmi e l’alba non tardava ad arrivare per mettere in luce la parte della città per bene.

Maledetti tutti loro, pensavo. Li volevo morti.

Nell’oscurità un’ombra si stava lentamente avvicinando a me… sembrava nebbia, poi vento, subito dopo ombre.

Mi strofinai gli occhi per vedere meglio, dinnanzi a me c’era una creatura alquanto strana, goffa, sporca, con artigli e occhi che grondavano sangue.

Tu chi sei?”

Il libro!”

Cosa?”

Ho ascoltato il tuo CANTO, il tuo sangue ha sigillato il patto, ora cade dai miei occhi e loro moriranno tutti, tu avrai il dono della morte, dovrai ogni sera cibarti di anime come faccio io.”

Ma io l’ho solo pensato!”

Tu hai cantato al male figlia mia! Noi ascoltiamo tutto e tutti, i doni li facciamo ai possessori del libro dei morti, sacre scritture… fanne buon uso… avrai altri due doni..”

Io non li voglio!”

La creatura appena venne toccata dalla luce urlò così forte da far scoppiare i vetri delle luci della strada, scappo così veloce che neanche il tempo poteva raggiungerlo, pensavo di vivere un brutto sogno, scopri molto presto che non era affatto così.

La famiglia in cui lavoravo morì tutta la notte stessa, la piccola domestica divenne matta, continuava a sostenere che un demone li aveva succhiati tutti, un mostro che grondava sangue dagli occhi.

In quanto a me dovetti cacciare ogni notte le anime, sceglievo le più appetitose, prostitute e uomini ricchi, in poco tempo non solo battevo la strada ma ero diventata un mostro, se non mi cibavo il mio corpo si deteriorava, non avevo sangue, dovevo riempire il mio corpo, come una pianta che ha bisogno di essere annaffiata, ogni tanto scrutavo nei vicoli più bui la creatura che mi osservava ridendo.

IL SECONDO CANTO

Tutti bramiamo qualcosa in segreto, qualcosa che non potremmo mai avere, ottenere, questo ci porta all’eterna infelicità, ci ruba la vita, il tempo.

Il tempo non mi bastava più ormai ero stanca e volevo avere altro, la vita eterna era diventata una noia mortale.

Presi il libro, lessi, lessi e rilessi, non so quante ore passarono, ero in un bar.

Ragazza sto per chiudere, è ora che alzi i tacchi!”

Non ero più una bambina di 13 anni, crescevo velocemente, sembrava avessi circa 23 anni, in solo due anni dall’uccisione della famiglia tedesca.

Può aspettare ancora un po’ ho molto denaro!”

All’improvviso una specie di creatura liquida color argento uscì dal pavimento del bar e con una lama trafisse l’uomo a morte.

Bene il tuo SECONDO CANTO!”

Adesso sei tu il mio mentore?”

Tu non hai mentori.. tu stai diventando quello che desideri, avrai me e lui, il procacciatore di anime e sangue, ora il tuo dono è il liquido d’argento, in ogni momento potrai avere questo raro metallo, potrai fonderlo, riportarlo in forma solida, l’importante è uccidere, ogni sera una lama dovrà trafiggere un cuore di un bambino di 7 anni.”

Io non voglio uccidere bambini!”

Non hai scelta, tu hai cantato, se non lo farai il metallo all’interno del tuo corpo ti ucciderà, sarà il tuo cuore a scoppiare!”

Quella sera vorrei non aver mai letto o cantato come dicevano queste orrende creature, non capivo perché mia nonna mia aveva lascito quel libro maledetto.

La sera era diventata sempre più difficile, dovevo non solo cibarmi di anime per me e la creatura che era oramai diventata la mia ombra, attaccato alla mia schiena, succhiava il mio sangue e io dovevo riempire ancora e ancora il mio corpo con sempre più vittime, ormai neanche più le selezionavo.

Ogni giorno mi recavo presso orfanotrofi, compravo un bambino con un pezzo d’argento del mio corpo e sempre di notte lo trafiggevo, il metallo trapassava il suo corpo e ritornava nel mio.

La notte era diventata il mio incubo, il giorno il mio tormento, il sole bruciava la mia pelle, rivelava la mia forma originale, un mostro, una vecchia che chiedeva l’elemosina piena di rughe e piaghe, il demone mi mangiava da dentro.

Il prezzo che stavo pagando diventava sempre più alto.

IL TERZO CANTO

Tre anni dalla morte della famiglia, il mio corpo logorato, la mia anima mangiata, il metallo al mio interno cominciava a pesare, oltretutto cominciavo a perderlo dalle fessure del mio corpo, dovevo nascondermi dalla gente, dall’uomo.

Sentii dietro di me una voce maschile, non poteva essere, conoscevo benissimo quella cadenza, non poteva essere lui, mi girai di scatto, vidi i suoi capelli biondi, occhi azzurri, corpo possente, divisa tedesca da militare.

Era LUI, il figlio più piccolo della famiglia tedesca, come poteva essere successo, dovevano essere tutti morti!

Quella sera guardai con odio la creatura sanguinaria che mi aveva fottuto e gli chiesi: Perché è vivo… LUI doveva essere morto, come tutti!”

LUI non era in casa quella sera, la Padrona lo ha DESIDERATO!”

Cosa?”

La Padrona vuole sempre un uomo per lei, per il suo piacere! Quella sera mi ha chiesto l’ultimo figlio!”

Che voi tutti siate dannati…”

Siete figlia dell’oscurità, vostra nonna praticava le arti nere, vi ha lascito un dono che state usando male!”

Allora ditemi voi come usare L’ULTIMO CANTO, neanche leggo il libro, l’ultimo canto lo scrivo io con la mia voce!”

Signora… adesso devo andare… chiedete… il vostro tempo è finito… la vostra anima sarà scritta in quel libro con il vostro CANTO per essere letta da un’altra sciagurata!”

Bene… allora voglio che LUI sia mio, una notte libera, voglio il suo sesso, voglio quello che ha la Padrona.”

Come volete!”

Grazie mille… addio mio vecchio mietitore di anime, addio vecchio liquido che mi mangi da dentro come un cancro!”

Quella sera ritornai bellissima come quando avevo 13anni, avevo un vestito rosso scarlatto, entrai nella sua casa con un invito, LUI mi vide come se avesse visto Hitler.

Quella sera si donò a me come se fossi stata la sua ultima donna nella sua vita, io per la prima volta provai che cosa voleva dire essere amati ed avere un letto caldo dove restare, un essere umano accanto a me che non dovevo uccidere, adesso potevo morire in pace, ma non dopo avergli mostrato la cruda e amara verità, volevo che LUI vedesse con i suoi occhi chi si era scopato.

Quando mi vide il SUO urlo echeggiò per tutta la casa, l’uomo era in preda al panico non poteva crederci, io ero un mostro deforme, il mio ventre era pieno di metallo e la mia pelle cadeva a pezzi, grondavo sangue dagli occhi, bocca, ano.

Ero un MOSTRO.

Sono quello che la TUA famiglia mia ha fatto diventare tre anni fa, cacciandomi di casa, per le vostre fobie, regole, adesso tu hai perso tutto come io ho perso la vita e l’anima. Ora siamo pari, racconta chi sono, racconta al mondo dei MOSTRI, DEI FIGLI DELLA NOTTE E DELLA FIGLIA DEI TRE CANTI.”

L’uomo fece vedere il libro a tutta la Nazione, si aprì una caccia spietata ai MOSTRI, si spiegarono tutte le sparizioni di quei tre anni, i morti, sembrava un botteghino di guerra.

Le autorità ci catturarono, eravamo 8 vecchi, la sentenza fu la pena di morte con impiccagione in piazza, accompagnata dal bel tedesco a cui avevo svelato tutto. Le autorità avevano paura che fosse stato contagiato, non conoscevano questa forma di evocazione.

Ancora oggi ci chiamano in tanti modi il mio preferito dopo aver sentito il mio collo spezzarsi e il ricordo di un urlo che esclamò “ CANTA ORA DEMONIO”.

FINE